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Venerdì, 19 Dicembre 2014 15:39

Michele Carrera: "In Piemonte non si vuole fare aggiornamento"

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L'INTERVISTA - Il maestro del calcio giovanile si racconta e commenta l'attuale situazione del calcio giovanile in Piemonte. Il recente sbarco nei provinciali, l'esperienza al Torino, i maestri illustri e gli Allievi che hanno avuto successo.

Michele Carrera è sbarcato recentemente nel calcio provinciale con la formazione Allievi del Bacigalupo. Un vero è proprio maestro di calcio che può vantare mentori illustri e allievi prestigiosi. Lo abbiamo sentito per farci raccontare il suo punto di vista sull'attuale stato di forma del calcio giovanile piemontese, e quello che ne emerge è un ritratto tutt'altro che roseo.

Partiamo dal presente. Lo scorso anno sei arrivato alle fasi finali del campionato regionale, questa stagione invece è iniziata con la mancata qualificazioni. Ti toccherà disputare il campionato provinciale. Deluso?

Non ne faccio un dramma. Anzi, forse è meglio così: possiamo lavorare con più tranquillità per crescere.

Come è stato il primo impatto con i provinciali?

Abbiamo subito perso con il Vanchiglia. Lo scorso anno facevo un'ora di bus e le ho vinte tutte tranne un pareggio. Quest'anno abbiamo perso subito alla prima, secondo me non c'è tutta questa differenza. Forse perché le squadre di Torino sono le più forti.

Il vostro, in effetti, è un girone molto competitivo. Anche quello della prima fase non era facile.

Infatti. C'eravamo noi, il Chisola e il San Giacomo Chieri. Tre squadre che l'altro anno erano ai regionali nello stesso girone della prima fase. Praticamente vuol dire escluderne una di ufficio. In più se aggiunto anche il None... Si dovrebbe tornare alle promozione e alle retrocessioni. Però legate ai meriti nella categoria, non come hanno fatto per qualche anno quando erano legate alla categoria della Prima squadra.

Sei conosciuto come un allenatore molto preparato tecnicamente e tatticamente.

E' vero ma non ho una tattica fissa intesa come modulo di gioco, dipende dai calciatori di cui dispongo. Però sicuramente la mia filosofia del calcio è quella di giocare sempre la palla. Non buttarla mai via, magari fare dieci passaggi in più rischiando di perderla ma non buttarla mai. E' la filosofia che adotto da quando ho inviato ad allenare nel '82 in Calabria e poi l'anno dopo al Lucento. Io già allora giocavo a zona, quando tutti giocavano a uomo.

Hai anche scritto dei libri sull'argomento.

Sì, ne ho scritti due. Uno sulla metodologia di allenamento dai 6 ai 12 anni. L'altro si intitola "Il calcio per i Giovanissimi" e riguarda, appunto, la categoria Giovanissimi. Per due anni di lavoro non ho mai svolto esercitazioni a secco e ho dimostrato che era possibile con determinati esercizi far sviluppare ai ragazzi la stessa muscolatura di chi svolgeva lavoro a secco. Ripeto, non facevo neanche il riscaldamento a secco. Solo qualche volta, ma era per punizione.

Quali sono stati i tuoi maestri?

Carlo Parola mi ha insegnato come si guarda una partita dalla panchina. A non seguire sempre la palla, quella la guardano i giocatori da soli. Poi, Ussello. E' venuto al Lucento ad insegnare tecnica calcistica e da lui ho rubato molto sul come rendere il gesto tecnico più fluido, più facile. Per esempio: il saltino da fare sul controllo palla. E' una cosa fondamentale ma nessuno la insegna più. Quando ti arriva la palla devi fare un salto di qualche centimetro per mettere la gamba più morbida è controllare meglio la sfera, è la cosa più naturale. Non posso dimenticare Bourella, da lui, alla Cbs, ho imparato molto sulla pedagogia attiva, da lui ho imparato a non fare mai esercitazioni a secco ma sempre con degli avversari. Maurizio Seno l'ho conosciuto quando era Responsabile del Settore Giovanile del Milan. E' uno che ne capisce di calcio e sa come trasmettere ai giovani. Con lui mi sento ancora, anche se adesso lavora con i grandi, ha lavorato molto all'Udinese. Lo scorso anno è venuto a vedere il Torino per conto di Seedorf, doveva preparare la partita tra Milan e Toro. Christian Damiano mi insegnato a lavorare sulla tecnica di posizione, facevi lavorare i calciatori negli stessi spazi (ristretti) nei quali avrebbero giocato in partita e con degli avversari, così si abituavano già in allenamento. Lui questo lo faceva già 15 anni fa, quando nessuno ne parlava. Damiano ha lavorato con Claudio Ranieri nel Parma, alla Juventus, alla Roma e all'Inter. Dal '91 al '99 ha lavorato con la Federazione Francese, dove ha lavorato e insegnato il calcio a giocatori del calibro di Thierry Henry.

Hai avuto la fortuna di avere dei punti di riferimento prestigiosi. Come valuti il panorama attuale del calcio giovanile piemontese?

La più grande pecca è che non si vuole fare aggiornamento. Non si studia. Se fai un convegno qui non viene nessuno.

Ma non c'è nessuno tra  i tuoi attuali colleghi abbastanza preparato per il ruolo di allenatore?

Tecnici che sanno far crescere i ragazzi dal punto di vista tecnico e caratteriale ce n'è pochi. Sicuramente non quelli che lavorano solo per vincere i campionati. Di bravi, tra i miei colleghi attuali, posso citare Brighenti, Di Nuovo e Migliore.

Nei tuoi 32 anni di carriera spicca sicuramente l'esperienza al Torino. Cosa ci puoi raccontare di quel periodo? 

Ho allenato i '92 e i '93; e ho fatto il coordinatore dei Primi Calci.

Quali differenze con il mondo dilettantistico?

Nei ragazzi c'è più qualità. Sopratutto nella testa dei ragazzi. Al Toro venivano ad allenarsi e volevano apprendere. E ai genitori andava tutto bene, se un ragazzino stava fuori due partite di fila non succedeva niente. Nei dilettanti, invece, c'è sempre il figlio di qualcuno che deve giocare per forza. Purtroppo, ora, questo tipo di sponsorizzazioni sembra arrivato anche nei professionisti.

Quali sono i giocatori che hai allenato e ricordi con maggiore affetto?

Alfred Gomis e Marco Chiosa, che ora sono all'Avellino. Ho avuto anche Gianluca Carfora e Daniele Milani, ora al Cuneo e al Borgosesia . Tutti giocatori a cui ho cambiato il ruolo. Milani era un difensore, mentre Chiosa un centrocampiosta. Io li ho invertiti. Carfora era una mezzapunta esterna e l'ho trasformato in terzino.

Altri nomi di spicco?

Abbiamo preso Mattia Aramu dal Leinì (ora al Trapani, ndr), Antonio Barreca dal Borgaro (oggi al Cittadella, ndr) e Paolino Beltrame che ora gioca in C alla Carrarese. E Giovanni Graziano che ha esordito da poco in Europa League. In quegli anni il Toro era un Settore Giovanile prestigioso, era facile convincere i giocatori a venire. 

Come è finita quell'avventura?

E' finita nel 2006 quando è arrivato Urbano Cairo. Ha dimezzato le formazioni, eliminando tutte le seconde squadre. E' stata una sciocchezza, pensa che Simone Rosso (attualmente in forza alla Primavera del Toro è stato più volte portato in panchina da Gianpiero Ventura con la prima squadra, ndr) faceva parte di un terzo gruppo. Oggi sarebbe scartato. Con dei gruppi grossi, di 24 o più ragazzi, come fai a lavorare? Non puoi.

Hai mai pensato a una Prima squadra?

Sì, qualche volta ci ho anche provato. Ma non era il mio mondo, c'è la cultura del risultato ad oggi costo. Ai vecchi non puoi insegnare nulla, a uno di 25 anni che gioca in Promozione che salto di categoria puoi far fare? Al massimo va a giocare in Eccellenza. Mentre i giovani puoi veramente farli crescere con un progetto a lunga scadenza, puoi fargli fare il salto dai dilettanti ai professionisti.

Ultimamente hai girato diverse società. E' stata una tua scelta o ti sei trovato costretto?

A me sarebbe piaciuto rimanere in una società e dare un'impronta. Ma se i progetti non mi appagano, cambio aria. Alla Cbs ero abbastanza di casa, poi ho rotto anche lì, per la storia del Real. Ti dico una cosa: io ultimamente ho visto la Cantera del Barcellona, ma ho studiato anche Ajax, Arsenal e Bayern Monaco. Lì c'è un percorso che porta i ragazzi dai pulcini alla Prima squadra. C'è una filosofia del lavoro. Qui ognuno fa per conto suo. Si prende un ragazzo di vent'anni gli si danno 100€ e gli si lascia un gruppo di bambini. Che idea di calcio può insegnare? La sua, che magari è diversa da quella dell'allenatore dell'annata successiva. Non sarebbe più logico fare un progetto a lungo termine, improntato sulla stessa idea di gioco? Il Barcanova di Lovato e il Vanchiglia di Dalla Riva, quelle erano squadra che avevano un'idea di gioco e non sparacchiavano mai la palla.

Concludendo, parliamo di futuro. Dove ti vedi la prossima stagione?

In pensione a pescare. Fa troppo freddo per allenare le sere d'inverno.

Un altro ruolo nel calcio?

Non penso che nessuno me lo voglia dare. Per essere direttore sportivo bisogna essere accondiscendenti. Io, invece, guardo sempre il merito. Magari faccio degli errori, però non parto mai con l'idea che il figlio del dirigente debba giocare per forza. Anzi, io mi scelgo come dirigente il padre del ragazzo più bravo, così risolvo il problema.

 

 

 

Letto 7240 volte Ultima modifica il Sabato, 20 Dicembre 2014 18:01

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