INTERVISTA - Dalla Nazionale Under 18 al lavoro quotidiano con i giovani, passando per una visione lucida e critica del sistema calcio: Giorgio Manavella (ex allenatore di Lascaris e Alpignano) racconta il suo percorso e il suo metodo, fondato su tecnica, psicologia e formazione continua.
Giorgio, partiamo dalle origini. Che tipo di percorso hai avuto da calciatore?
“Ho avuto la fortuna di crescere con ottimi istruttori, a partire da mio padre. Ho lavorato tanto sulla tecnica, soprattutto sull’uso di entrambi i piedi. Questo mi ha portato fino alla Nazionale Under 18, che è stato il punto più alto della mia carriera. Poi un infortunio mi ha fermato prima dei Mondiali Juniores: una grande delusione, ma anche una lezione importante”.
Quanto questa esperienza ha influenzato il tuo modo di allenare?
“Tantissimo. Mi ha insegnato che non basta sapere: bisogna saper trasmettere. La comunicazione è fondamentale. Puoi avere grandi idee, ma se non riesci a farle arrivare ai ragazzi, non servono”.
Parli spesso di psicologia. Quanto incide davvero?
“Per me è l’80% della prestazione. L’allenatore deve conquistare i ragazzi, creare empatia, farli sentire importanti. Solo così loro si aprono, apprendono e crescono”.
Qual è oggi il problema principale del calcio giovanile italiano?
“Si pensa troppo al risultato e poco all’insegnamento. Il primo obiettivo deve essere la crescita del giocatore. I risultati arrivano dopo, quando la squadra matura davvero”.
E la tecnica?
“È la base di tutto. Dominio palla, controllo, passaggio, dribbling: tutti devono saper fare tutto. Senza tecnica, la tattica non funziona. Prima si insegna a giocare, poi si organizza il gioco”.
Hai una proposta molto precisa per migliorare il sistema…
“Sì, ed è fondamentale. La federazione deve intervenire in modo strutturato sulla formazione degli istruttori. Oltre ai patentini, servono corsi obbligatori di tecnica, almeno 60 ore sul campo per tutti. Non teoria, ma pratica vera: gli istruttori devono mettersi in gioco, lavorare come fanno i ragazzi, capire come si insegna davvero un gesto tecnico”.
Quindi il problema è anche nella formazione degli allenatori?
“Assolutamente sì. Oggi molti istruttori insegnano senza avere competenze tecniche profonde e senza saper correggere. Insegnare è importante, ma saper correggere è ciò che fa crescere davvero il giocatore. Per questo la federazione dovrebbe aiutare le società, anche economicamente, a organizzare questi corsi. È un investimento necessario se vogliamo tornare a produrre talento".
Parliamo di leadership: come nasce un leader?
“Nasce dalla competenza. Se un ragazzo sa fare le cose, acquisisce sicurezza. E quando è sicuro, diventa un punto di riferimento. Ci sono leader silenziosi e leader più vocali, ma tutti possono diventarlo attraverso il lavoro”.
Quanto conta il gruppo?
“È fondamentale. Un allenatore deve dare attenzione a tutti, soprattutto a chi gioca meno. Se perdi loro, perdi la squadra. Il gruppo è la base di ogni crescita e di ogni risultato”.
Tu lavori da tempo in una scuola di perfezionamento tecnico individuale. Che soddisfazioni ti dà questo lavoro?
“Tantissime. Vedere ragazzi che crescono, che tornano dopo anni e ti abbracciano. Alcuni sono arrivati a livelli importanti: ad oggi abbiamo tre giocatori che abbiamo seguito arrivati in Serie A, tra cui Alessandro Buongiorno, abbiamo inoltre un giocatore in Premier League, uno nella massima serie greca e diversi ragazzi distribuiti tra Serie B, Serie C e categorie inferiori”.
Perché oggi non alleni più una squadra?
“Per una questione di tempo. Dopo tanti anni la sera, oggi mi dedico all’individuale. Però non escludo nulla: se arrivasse una chiamata nel professionismo, la valuterei”.
Il calcio resta lo sport più amato. Perché?
“Perché è democratico. Basta una palla. È aggregazione, è socialità. Però oggi si sta perdendo un po’ il valore del fair play, a favore del risultato e del denaro”.
Cosa serve oggi al calcio italiano?
“Tornare all’insegnamento. Tecnica, comunicazione, psicologia. E soprattutto formazione degli istruttori. Se non partiamo da lì, non possiamo crescere”.
Una frase per riassumere la tua filosofia?
“Insegnare calcio per formare persone. Il giocatore viene dopo”.