INTERVISTA - Dopo gli esordi al Torino e tutto il settore giovanile in bianconero, con due titoli regionali in bacheca, il portierone classe 2010 è pronto per una nuova avventura: “Il ruolo più difficile, la testa conta almeno quanto le mani. Concentrazione e comunicazione sono fondamentali”
Partiamo dall'inizio. Come nasce il tuo percorso?
“Tutto è iniziato al Torino Fc. Dopo un anno nel gruppo sperimentale, a sette anni sono entrato tra i selezionati e lì sono rimasto per sette stagioni. Il Torino mi ha insegnato soprattutto disciplina, rispetto e comportamento. Prima ancora di formare il calciatore, forma la persona”.
Poi la Sisport. Cosa ti porti dietro?
“Tre anni di crescita e di risultati. Abbiamo vinto due titoli regionali, il Grande Slam e disputato i campionati nazionali. Ma il vero risultato è essere cresciuto, sia come portiere sia come uomo”.
Ora il Volpiano Pianese. Con quali obiettivi?
“Voglio affrontare la stagione senza farmi condizionare dalle aspettative. Lavorare, migliorare e vivere una partita alla volta. È l'unico modo che conosco”.
Lasci Mister Gallo e trovi Mister Malagrinò. Cosa ti aspetti?
“Lascio un gruppo di amici con cui ho condiviso tre anni importanti. Per quanto riguarda gli allenatori, credo ci siano molte affinità: esperienza, competenza e una filosofia di gioco simile. Mi aspetto continuità”.
Perché il portiere?
“Per caso. Da bambino pensavo fosse il ruolo più semplice perché si correva meno. Mi sbagliavo. Oggi è proprio questo che amo: è il ruolo più difficile, quello che richiede più coraggio, personalità e maturità”.
È davvero il ruolo più complicato del calcio?
“Sì. Il portiere vive uno sport nello sport. Lavora diversamente dagli altri, può passare in pochi secondi da eroe a colpevole. Per questo la testa conta almeno quanto le mani”.
Come gestisci la pressione?
“Comunicando. Parlo continuamente con i compagni. Dare indicazioni mi tiene dentro la partita e trasforma la tensione in concentrazione”.
Il gesto tecnico che più ti rappresenta?
“L'attacco palla, soprattutto nell'uno contro uno. È il gesto che identifica davvero un portiere: devi decidere in un attimo, metterci il corpo e avere il coraggio di rischiare. È il simbolo di un ruolo che non è per tutti”.
Quando osservi un altro portiere, cosa guardi?
“Prima di tutto la comunicazione. Poi le scelte: uscite, uno contro uno, gestione dei cross. Le parate ormai le sanno fare tutti a certi livelli. La differenza la fanno personalità, leadership e capacità decisionale”.
Come dovrebbe comportarsi un genitore con un figlio che gioca a calcio?
“Deve accompagnarlo, sostenerlo e lasciarlo libero di scegliere. Il genitore non deve mai fare l'allenatore. Deve essere un punto di riferimento come padre o madre, non un tecnico in più”.
Il tuo sogno?
“Arrivare nel professionismo. Ma senza vivere di sogni. Preferisco costruire il futuro attraverso il lavoro quotidiano”.
Il portiere di oggi è diverso da quello di ieri?
“Tantissimo. Oggi bisogna saper giocare con i piedi ed essere parte della costruzione del gioco. Io, però, resto convinto che il primo compito di un portiere sia sempre uno: parare. Tutto il resto viene dopo”.