INTERVISTA - L’allenatore, che nella pausa invernale ha lasciato la guida della prima squadra, racconta il suo percorso nel mondo del calcio, dalla “mitica” Gabetto al decennio lucentino: “Una società che, prima di tutto, rispecchia la passione e l’entusiasmo di Paolo Pesce”
Dopo 11 anni - un tempo infinito nel mondo del calcio - si è interrotta la collaborazione tra il Lucento e Alessandro Pierro, che ormai era una vera e propria icona rossoblù, prima come allenatore, poi come responsabile del settore giovanile, in generale come “uomo di società” a 360 gradi.
Ale, raccontaci cosa è successo.
“Finita l’ultima giornata di campionato prima della sosta, ci siamo seduti a fare il punto della situazione. Da una parte ho qualche situazione personale e familiare da affrontare, dall’altro la stagione zoppicava a livello di risultati, per questo abbiamo deciso, di comune accordo, di interrompere la collaborazione. È stata una scelta fatta insieme a Paolo Pesce, dopo 11 anni ci siamo lasciati con rispetto, in piena amicizia. A volte, in giro, se ne parla male, ma io non posso che parlare bene del Lucento e delle persone del Lucento”.
Che cosa è, per te, il Lucento.
“È difficile da spiegare. Prima di tutto è passione. Quando sei lì, devi immergerti completamente nel Lucento, come fa chi lo gestisce in tutto e per tutto, Paolo Pesce. Per lui il Lucento è vita, non puoi che farti assorbire dalla sua passione, dal suo entusiasmo, dalla sua voglia di fare e di vincere. Pur non essendo più lì, per me il Lucento è casa, tutte le volte che passo al campo mi sento a casa mia”.
Dicevi che “a volte se ne parla male”. Secondo te, perché il Lucento viene visto come una società, diciamo così, poco ospitale?
“Quando ti appiccicano un’etichetta, giusta o sbagliata che sia, è difficile da togliere. In passato, ma parlo di 10-15 anni fa, qualche situazione eccessiva ci sarà anche stata, ma non è più così. Negli ultimi anni succedono casini dappertutto, invece di casini successi al Lucento non me ne ricordo”.
11 anni sono tanti. I ricordi più belli?
“Tanti, tantissimi. Il primo anno mi è rimasto particolarmente impresso, era la mia prima esperienza con una squadra davvero forte, i Giovanissimi 2000. Quell’anno abbiamo vinto il Caduti di Superga, che mancava da 37 anni. Ricordo che Carlo Pesce, persona splendida, mi chiese solo quello, di vincere il torneo di casa. E ricordo i suoi occhi quando lo abbiamo vinto davvero, come era contento. È stato emozionante anche il modo con cui abbiamo vinto: allora la finale si ripeteva, in caso di pareggio, per cui quella partita contro il Chisola di Elio Bert durò due giorni… bellissimo”.
Più di recente?
“La stagione con i 2007, categoria Allievi: siamo partiti con una squadra completamente ricostruita, su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo, e siamo arrivati fino alla finale regionale. La semifinale contro il Lascaris di Maurizio Cocino è stata pazzesca, abbiamo pareggiato al 97’ e vinto al 121’. Si giocava a Venaria, vedere la tribuna piena di gente del Lucento che esplode di gioia è stata una grande emozione. Quelli sono i momenti che ti ripagano di ogni sacrificio”.
E la delusione più grande?
“La finale di quell’anno, persa contro l’Alpignano di Andrea Bovolenta. Tutte le volte che entro in campo a Orbassano, me la rivedo…”
Al Lucento hai anche iniziato il percorso come responsabile del settore giovanile.
“Ho iniziato con un discorso più tecnico che organizzativo, anche perché - a parte la figura di Arturo Gallo - il Lucento ha sempre compensato l’assenza di un vero e proprio direttore sportivo con l’organizzazione, con allenatori bravi che facevano anche mercato. La mia era più che altro una gestione, facevo da trait d’union tra Paolo Pesce e gli allenatori. Ma ho sempre sentito il richiamo della panchina, e fare il direttore sportivo è molto più impegnativo che fare l’allenatore, ci devi essere sempre. Per questo ho fatto un passo indietro, e devo dire che Lorenzo Verduci se la sta cavando benissimo”.
Torniamo indietro nel tempo, perché il tuo percorso nel mondo del calcio inizia prima del Lucento, alla Gabetto.
“Ho iniziato ad allenare alla Gabetto prima al Certezza, a Grugliasco, e poi a Orbassano. C’erano Gianfranco Perla, Vincenzo Catera, Rosario Amendola, Omar Cerutti, Lorenzo De Simone, Pino Magnelli, erano tutti lì. Poi sono andato all’Atletico Mirafiori, l’anno dopo c’è stata la fusione ed è nato l’Atletico Gabetto, e ne ho ritrovati tanti. Sono stati anni eccezionali”.
Leonardo Michielon, Roberto Trinchero, Luciano Ferramosca, Luca Atzori - nella stagione al Chisola - e Paolo Pesce. Hai avuto tutti presidenti fuori dagli schemi, ognuno a modo suo. A parte Pesce, di cui abbiamo già parlato, una battuta sugli altri.
“Michelon è quello che conosco di più, io giocavo alla Gabetto insieme al figlio, ho tanti ricordi di gioventù legati a lui. A 18 anni gli ho chiesto di allenare e mi diede una squadretta di piccolini. Per me, Michielon rappresenta il passaggio da giocatore ad allenatore”.
Andiamo avanti con Trinchero.
“Ho lavorato con lui due anni, ma lo conoscevo poco, non vivevo ancora tanto la società. Lo ricordo però come una persona molto passionale e altruista, ci teneva tanto che tutti fossero contenti di quello che facevano”.
Ferramosca?
“Una persona di cuore, tutta emozioni e impulsività. C’erano tante figure in società, ma tutto era accentrato su di lui, come al Lucento con Pesce. Con Luciano ho un bel legame, è il primo che mi ha chiamato, voluto, ha creduto in me. Allenavo una squadra e lo aiutavo in tutto, con lui ho iniziato a capire come funziona una società. Abbiamo portato allenatori come Massimo Ricardo, Gianluca Petruzzelli, Gianluigi Gentile dalla Juventus. Anni entusiasmanti anche quelli”.
Atzori?
“L’ho vissuto nei suoi primi anni da presidente, mi ha insegnato a vedere il calcio non solo dal lato romantico: come nelle aziende, il romanticismo non può prevalere sulla razionalità”.
Abbiamo detto del passato. E invece, cosa vedi nel tuo futuro?
“Voglio continuare percorso con le prime squadre. È stata scelta ponderata, voglio essere coerente e andare avanti. Adesso do una mano a Marcello Meloni a Orbassano, così faccio esperienza e, nel contempo, ho meno pensieri e più tempo da dedicare alla famiglia”.
Una curiosità: i giocatori più forti che hai allenato, o quelli che ti hanno lasciato qualcosa di speciale.
“Questa è difficile, sono tanti i giocatori forti che ho allenato e che umanamente mi han dato tanto. Faccio qualche nome: Andrea Peyronel, attaccante del 2000 che ho avuto al Chisola, poi è andato al Toro, ora gioca a Cherasco in Eccellenza. Era diverso dagli altri, in campo si trasformava, tirava fuori giocate imprevedibili, faceva sempre la differenza. Gabriele Tucci, sicuramente, l’ho preso io da Alpignano, al Lucento ha sempre fatto una barcata di gol e ha portato tanti titoli. Non posso mettere solo attaccanti: è un 2005 anche Denis Sofian, difensore, altra colonna lucentina. Chiudo con un 2007 ho allenato sia negli Allievi che in prima squadra, Alessandro Tomiato: ha il potenziale per fare strada”.
Chiudiamo con un gioco. Costruiscimi la tua società ideale, devi scegliere presidente, direttore generale, direttore sportivo, segretario e quattro allenatori.
“Presidente per forza Paolo Pesce, questa è facile. Direttore generale, direi Massimo Gardano, ormai ha l’esperienza giusta. Direttore sportivo è difficilissimo, per affetto direi Arturo Gallo e Sergio Fantino, ma punto su Gianfranco Perla, però aggiungo Vincenzo Manzo come direttore tecnico. In segreteria la mitica Ada del Lucento. Allenatori ho l’imbarazzo della scelta… dico Massimo Ricardo, Fabio Nisticò, Maurizio Molinelli e Marcello Meloni. E se posso aggiungo uno che si farà, Marco Mezzapesa, ha un grande futuro”.